Quali disturbi hai? Non ti preoccupare: siamo tutti disturbati.

Quali disturbi hai? Non ti preoccupare: siamo tutti disturbati.

Devo con tutta onestà confessare che sono una persona disturbata. Infatti nel confronto con la maggioranza delle persone risulto affetta da almeno due tipi di disturbi: D.S.C e D.O.C. **

Viviamo in un periodo in cui c’è la tendenza alla medicalizzazione, nel senso che qualunque difficoltà viene vista come se fosse una malattia che bisogna curare. Quindi qualsiasi persona che ha un comportamento che non è classificabile come “normale”, viene definito, etichettato come disturbato e quindi patologico, la cui soluzione deve essere affidata all’intervento degli specialisti che di solito appartengono all’area medico-sanitaria.

Insomma, la tendenza alla medicalizzazione significa che si guarda l’essere umano non più come dotato di potenzialità che ciascuno può sviluppare ma in termini di deficit cioè di assenza. La mancanza, dunque, segna l’intera vita dall’inizio alla fine, dal bambino che ovviamente deve essere aiutato e descritto, innanzitutto, in base alle sue inadeguatezze fino all’anziano che naturalmente viene trattato come un soggetto a rischio.

Perché ci sentiamo tutti disturbati?

In sostanza c’è una tendenza a patologizzare fenomeni che, in precedenza, non venivano considerati come malattie e ciò che prima era considerato normale diviene ad un certo punto anormale, patologico, ad esempio la timidezza che si trasforma in disturbo e dunque necessitante di aiuto medico. È possibile che avere i denti storti, il naso grosso o il seno piccolo sia percepito come anormale.

La spinta alla medicalizzazione della vita è stata il risultato di cause diverse: l’accresciuto potere e l’autorità della professione medica, l’attività dei movimenti sociali o gruppi di interesse che chiedono la patologizzazione di alcuni fenomeni legati alle varie forme di dipendenza (alcol, droga, gioco). A questi fattori va ad aggiungersi l’ideologia dominante del successo, della competizione, dell’efficienza, della produttività, dell’immagine, del potere economico/politico.

Purtroppo questa cultura della medicalizzazione è entrata anche nella scuola, in tutti gli ordini di scuola, anche in quella dell’infanzia. Da alcuni anni si assiste ad una tendenza che enfatizza le anomalie, i disturbi, i sintomi e i «comportamenti problema», basti pensare a quello che è successo con i D.S.A (disturbi specifici dell’apprendimento), i D.S.C (disturbi specifici di comportamento) e i cosiddetti BES (Bisogni educativi speciali). Il rischio molto forte è quello di accentuare i processi di separazione e di mettere un marchio sugli alunni che vivranno negativamente questo tipo di sguardo su di loro. Sembra che tutti gli studi sulla profezia che si auto avvera e l’effetto Pigmalione siano stati dimenticati.

Come superare le difficoltà della relazione educativa?

È inquietante vedere l’aumento sproporzionato di dislessici, disgrafici, discalculi nelle nostre scuole. Inoltre la questione dei cosiddetti «comportamenti problema» diventa spesso una ossessione che finisce per trasformare l’alunno trasgressivo e agitato in un capro espiatorio oppure in un soggetto da normalizzare e curare.  Non viene in mente di chiedersi se questi alunni resistono e esprimono un disagio certo perché nessuno li ascolta e che bisogna tentare di costruire con loro lo spazio per l’incontro e il dialogo pedagogico.

Non c’è ragione di pensare che i bambini siano cambiati, soltanto le etichette lo sono. Adesso siamo portati a diagnosticare come disturbi problemi di apprendimento e di comportamento che prima erano visti come parte della vita e di normali differenze individuali. Infatti è più facile etichettare le diverse difficoltà che i bambini incontrano nel loro processo di crescita come “disturbo” in modo da trovare soluzioni pronte e disponibili per non sentire il peso della responsabilità individuale nella relazione educativa che è sempre relazione umana che produce un senso anche d’impotenza.

Questa cultura della medicalizzazione dimostra non solo come nelle persone si sia abbassata la soglia di sopportazione delle difficoltà, della sofferenza e della delusione di fronte ai problemi della vita, ma anche che ad essa ci si rivolge per i problemi che una volta erano considerati solo educativi.

**Legenda dei miei disturbi:

D.S.C = disturbo studio continuato

Sì, lo devo ammettere, si tratta di una vera e propria malattia perché dall’età di sei anni ho sempre studiato e non ho più smesso. ( dicono che la maggioranza delle persone non studia perché non serve)

D.O.C = disturbo ossessivo/compulsivo

Questo disturbo è la diretta conseguenza del primo.

La mia ossessione è quella di voler trasmettere/insegnare quello che ho appreso, compreso dallo studio. Alcune volte mi illudo che sia una vocazione, il mio daimon, altre volte, invece, mi convinco che è proprio un disturbo confermato dal così alto numero di persone che, in  vari modi , (libri, video, social), sentono l’esigenza di diventare insegnanti per trasmettere quello che anche loro hanno imparato, proponendo corsi diversi, purtroppo a caro prezzo.

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