Se non potessimo ritornare alla cosiddetta normalità?

Se non potessimo ritornare alla cosiddetta normalità?

Dopo circa 70 giorni di “libertà vigilata”, dall’inizio delle misure restrittive a causa della pandemia del Covid-19, è iniziata la fase 2 bis che, nel rispetto di alcune indicazioni stabilite dal governo, dovrebbe condurci alla cosiddetta normalità.

Intanto, dobbiamo prendere atto che la pandemia che c’è stata e c’è ancora non può essere considerata normale perché le conseguenze sulla salute, sull’organizzazione della società sono già drammatiche e quelle economiche e sociali saranno veramente tragiche e sconvolgenti.

Dobbiamo amaramente constatare che in questa pandemia la vicinanza fisica all’altro è diventata e lo è ancora: il pericolo principale, da cui fuggire. Da ciò è nato l’obbligo del distanziamento sociale, un tipico esempio di ossimoro di cui è piena la realtà.

Abbiamo anche constatato che la pandemia, come ogni crisi,  ci ha spinto ad avvicinarci profondamente, nella condivisione del dolore, della paura e nella solidarietà, anche se a distanza.

In quali modi possiamo ricominciare una vita normale?

Non possiamo pensare che si ritornerà alla normalità perché, se approfondiamo bene quello che è accaduto, forse scopriremo che abbiamo vissuto in una struttura e organizzazione della società, in cui un invisibile virus ne ha messo in evidenza tutte le sue anomalie e disfunzionalità rispetto ai risultati eccellenti raggiunti dalla tecnologia.

Inoltre un invisibile virus ha dimostrato di fatto che l’altro è il nemico che ci può infettare. Siamo disposti ad accettare acriticamente questa terribile realtà in cambio della sicurezza della vita biologica? Come potrà svilupparsi una socialità sana se, in un prossimo futuro, i contatti fisici, per il rischio del contagio, saranno vietati fin dalla più tenera età?

Sospendiamo per ora tali interrogativi e chiediamoci invece come stare vicini senza contatto, finché non potremmo stare fisicamente accanto ?

È importante trovare modi per stare vicini: ecco perché la comunicazione è centrale e prioritaria.

Infatti, possiamo anche stare vicini utilizzando gli strumenti tecnologici che quasi tutti sappiamo usare. Dobbiamo solo superare tutti gli ostacoli mentali ed emotivi che non ci permettono di fidarci gli uni degli altri e di comunicare con l’obiettivo di prenderci cura gli uni degli altri, senza dimenticare la cura della casa comune.

Poi, con l’arrivo delle belle giornate, si potrebbe stare all’aperto, in spazi sufficientemente ampi da mantenere adeguate distanze.

Che cosa comunicare?

In questa situazione di emergenza, ognuno di noi si è costruito un’immagine della realtà, fatta di credenze più o meno rassicuranti, di opinioni a cui dà credito e altre che respinge, di scenari che gli fanno paura e altri che lo tranquillizzano. Queste immagini non sono sempre facili da raccontare e condividere.

Eppure la condivisione di queste nostre immagini ci potrebbe aiutare non solo a elaborare insieme e più facilmente quanto è avvenuto, ma anche a pensare strategie di difesa/prevenzione e futuri modi di vivere e di organizzare la nostra quotidianità.

In ogni esperienza che viviamo, noi siamo gli esperti perché facciamo esperienza di cose importanti per noi ed è bene che ci sentiamo in diritto di esprimerci e agire.

Certo, chi non è abituato a scrivere, forse farà fatica a esprimere il proprio vissuto.

Il raccontare la propria storia in questo periodo, non solo rappresenta un mezzo terapeutico da sperimentare per la propria salute, ma è anche funzionale alla conoscenza di sé stessi. Condividere il proprio racconto con altri serve a farci comprendere che siamo tutti esseri umani con le nostre fragilità e paure, al di sopra di tutte le appartenenze identitarie, e forse potrà far nascere anche il senso di appartenenza comune e di compassione e solidarietà per tutta l’umanità.

Metto a disposizione il mio blog e anche i miei recapiti di e-mail e telefonici per chi voglia condividere il racconto della propria esperienza in questo periodo di “libertà vigilata” e anche per raccontare la propria visione del futuro.

Grazie!

 

Ecco alcune domande che possono servirti come traccia per raccontare la tua esperienza.

Ti racconto la mia vita ai tempi del Coronavirus

  • Quali sono state le tue più grandi paure all’inizio e durante la pandemia?
  • Contagio, malattia e morte sono parole che abbiamo sentito pronunciare in questi giorni. Oltre al significato negativo, ne hai fatto occasione di apprendimento e trasformazione?
  • Riesci a descrivere come hai organizzato le tue giornate in questo periodo?
  • Questa situazione di apparente “sospensione della vita” per quasi tutti, quali emozioni ha suscitato in te?
  • Hai avuto timore delle giornate vuote, dell’assenza delle attività e di cose da fare? Perché?
  • La pratica buddista e la meditazione insegnano a: imparare a stare. Per te come è stato: stare qui e ora?
  • In quale modo pensi di ritrovare fiducia nel presente e nel futuro?

 

 

 

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