Quale comunicazione riesce a creare relazione?

Quale comunicazione riesce a creare relazione?

Certamente non sarà la comunicazione dei vari salotti televisivi o quella che avviene sulla rete, nei vari social, a creare una comunicazione relazionale autentica! Spesso la comunicazione è costituita da: slogan, facili sentenze, accuse e controaccuse che scadono anche nelle offese e diffamazioni.

Perché non si riesce a comunicare attraverso il dialogo?

Quali sono i meccanismi che ostacolano il dialogo?

Quando ascoltiamo i discorsi degli altri e osserviamo i loro comportamenti, se essi concordano con i nostri, proviamo una certa soddisfazione e simpatia. Quando invece sono diversi dai nostri reagiamo giudicandoli negativamente, convinti che essi sbaglino e si comportino male. Siamo in presenza del cosiddetto meccanismo della percezione e memoria selettiva che ci porta a percepire e ricordare solo ciò che conferma le nostre opinioni, credenze e convinzioni. Questo meccanismo è la causa dei “bias di conferma” ovvero degli errori cognitivi.

Diversamente si attiva il meccanismo della “dissonanza cognitiva”, scoperto dallo psicologo Leon Festinger.

Insomma, pur di non cambiare le nostre opinioni, credenze e convinzioni, la nostra mente, che si trova a vivere un conflitto tra la propria visione e quella altrui, preferisce, per salvare quello in cui crede, giudicare negativamente e screditare la visione altrui.

Vogliamo conferme a tutti i costi perché ci preme difendere la nostra identità personale e la nostra descrizione della realtà, così da salvaguardare il nostro senso di appartenenza.

Questo è il motivo dei dibattiti e contro dibattiti che animano le varie trasmissioni televisive. Facciamo fatica a conoscere e capire i fatti perché conduttori televisivi, giornalisti, esperti, tuttologi utilizzano un linguaggio oppositivo, denigratorio, violento al posto del dialogo e del confronto argomentativo.

Tutti coloro che occupano la scena pubblica e utilizzano i vari media si rendono conto di essere soggetti a tali meccanismi cognitivi che dipendono spesso dalla loro ignoranza e dal fatto che si sono identificati con le loro credenze fino ad esserne dipendenti?

Qual è la via d’uscita?

Intanto chiediamoci se siamo disposti a cambiare le nostre convinzioni, le nostre conoscenze.

Chiediamoci se abbiamo la consapevolezza che il nostro sapere non solo è limitato, ma soprattutto è parziale.

Vogliamo capire che la nostra informazione non può essere affidata agli slogan dei vari politici o ai discorsi dei vari giornalisti e tuttologi dei mass-media?

Comprendiamo che questo modo di comunicazione riesce a creare una massa conformista e ubbidiente, indignata e litigiosa, incapace di rendersi conto di essere manipolata a causa della propria condizione di disinformazione e sudditanza psicologica dal proprio sistema di credenze?

Ci rendiamo conto che quasi tutta l’informazione che riceviamo e il modo in cui si affrontano i problemi serve solo a confermare le credenze individuali preesistenti in modo da dividere le persone e alimentare pregiudizi, discriminazione e violenza?

Solo dopo la presa di coscienza del “so di non sapere” socratico, potremo utilizzare il meccanismo della “dissonanza cognitiva”, non più come conflitto che dobbiamo eliminare, ma come stimolo per comprendere la natura della nostra reazione oppositiva.

Magari sarà l’occasione per ampliare le proprie conoscenze, scoprire nuovi punti di vista e intraprendere così nuove piste di ricerca.

Sarà la base di una nuova comunicazione che porterà al dialogo costruttivo e alla nascita di comunità dove è possibile instaurare relazioni autentiche.

Partecipa al progetto Teth iscrivendoti al Laboratorio “la filosofia come arte di vivere” per sperimentare un nuovo modo di dialogare in gruppo.

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