Perché il libro di Giobbe può aiutarci ad accettare il dolore? (2/3)

Perché il libro di Giobbe può aiutarci ad accettare il dolore? (2/3)

Una classificazione dei mali

Nel grido di Giobbe vediamo rappresentata tutta la dignità della ragione umana. Una ragione che non può accettare una spiegazione insufficiente che viene data dai “cosiddetti” amici-consolatori.

Nella rilettura del libro di Giobbe ho visto una classificazione dei “mali” che ogni essere umano teme.

Giobbe vive felice. Padre di sette figli e di tre figlie, dispone di greggi, asini, bovini e numerosa servitù: è un uomo benestante.

Non mi soffermo sulla scommessa fatta da Satana a Dio per mettere alla prova la fede di un uomo giusto. Desidero analizzare quali mali investono Giobbe all’improvviso.

All’inizio Giobbe perde tutte le sue proprietà, i suoi averi e beni materiali, in sostanza oggetti e cose, anche i servi.

In seguito, subisce la perdita degli affetti più cari, tutti i suoi figli.

Ancora, da persona timorata di Dio, non perde la fede, anzi, gettatosi a terra, così prega:

«Nudo sono venuto al mondo e nudo ne uscirò; il Signore ha dato, il Signore ha tolto, il Signore sia benedetto».

A questo punto Giobbe ha una terribile malattia, è colpito dal brutto male delle piaghe che lo obbligano a stare a letto e a dipendere dagli altri: ha perduto la sua autonomia. Ma egli non si lamenta, accetta che Dio si riprenda tutto quello che gli ha dato.

In sintesi, nel racconto di Giobbe l’ordine degli eventi drammatici è il seguente:

  1. problemi economici: perdita del lavoro, dei beni materiali, di reputazione, di proprietà e averi;
  2. problemi sociali: morte delle persone più care, perdita delle relazioni amorose e amicali, conflitti, tradimenti, solitudini;
  3. problemi fisici: le malattie, le malattie invalidanti, le malattie incurabili, il dolore incurabile.

Giobbe, all’inizio, accetta le “perdite”, forte della sua fede in un Dio giusto e onnipotente.

Il grido di Giobbe

Ma quanto la malattia non regredisce, anzi si allontana da tutti per il disagio e disgusto provati ed è costretto a sentire le frasi dei suoi amici che vogliono consolarlo a parole, pur non vivendo il suo dramma, allora il grido di Giobbe si rivolge direttamente a Dio.

Egli non vuole sentire le chiacchiere di quelli che non sentono sulla propria carne il dolore. Pone il quesito a Dio stesso. Invoca la giustizia di Dio. E come se volesse mettere in dubbio la bontà di Dio, del suo creatore. Nella domanda chiave riecheggia l’essenza della tragedia umana, dell’assurdo della vita mortale e del suo senso o non senso.

L’essere umano è l’unico che ha coscienza di sé e del mondo ed è l’unico cercatore di senso. L’uomo sin dagli albori ha cercato di dare risposte a una delle domande più antiche dell’umanità: perché c’è il dolore, il male, la sofferenza?

CONTINUA…

 

 

 

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