Perché essere consapevoli che dobbiamo morire aiuta ad apprezzare la vita

Perché essere consapevoli che dobbiamo morire  aiuta ad apprezzare la vita

“La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà. Chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

Il saper morire ci libera da ogni sudditanza e costrizione”  (Montaigne)

Esiste un “modo giusto” per parlare della morte?

A prescindere dall’età, l’unico dato certo è l’inevitabilità della morte: incerta è la data, come e che cosa accade dopo. La consapevolezza di essa suscita diversi atteggiamenti e questioni.

La morte è davvero un problema, oppure il problema è la sua attesa? L’analisi della morte non sfocerà in conclusioni certe. Il nostro obiettivo è porre domande interessanti ed esprimere idee e sentimenti.

La morte, comunque la si interpreti, resta per l’uomo un problema, una dura realtà con cui non tutti trovano la forza e il coraggio di confrontarsi apertamente.

Si reagisce alla paura della morte, con il vivere intensamente i piaceri, gli affetti, gli ideali; questo però non riesce a far superare veramente i timori, le angosce, ma solo ad esorcizzarle.

Qual è l’atteggiamento odierno di fronte alla morte?

Nella società di oggi la morte viene rifiutata in quanto sentita come sventura brutta, sconveniente, ingiusta a tal punto da essere relegata sempre più nel privato.

Il morente vive così in solitudine il momento del trapasso e molto spesso perfino fuori dal proprio ambito domestico, in ospedale; ad esso si ricorre non solo per usufruire di tecniche mediche difficilmente applicabili a domicilio, ma anche perché la mentalità quotidiana sta sentendo sempre più come ‘normale’ morire in tale luogo, dove gli eventi coinvolgono i familiari solo in modo parziale e velato.

La nostra società esorcizza il timore della morte con atteggiamenti contraddittori, quali il silenzio, l’uso di eufemismi che addolciscano la realtà e un’ostentazione di immagini di morti violente, come è possibile rilevare nei films.

Tutto questo provoca una svalutazione del fenomeno non solo a livello emotivo, ma anche razionale, poiché la ‘morte spettacolo’ rende spesso passivi e non stimola a cercare il significato che tale evento ha per la nostra vita.

Infatti, quasi tutti cerchiamo di non pensare alla morte fino a quando siamo costretti a fare i conti con essa perché tocca un nostro caro o perché dobbiamo affrontare la malattia grave nostra o di un nostro congiunto.

Per questo non sappiamo come reagire, che cosa dire, come affrontare l’evento. Si arriva persino a negarlo o ad arrabbiarci per la sventura che ci è toccata.

Spesso coloro che riescono a superare una grave malattia cambiano atteggiamento nei riguardi della vita e, non solo cominciano ad apprezzarla, ma danno più importanza a coltivare le relazioni anziché perdere tempo per cose futili e banali.

Dobbiamo aspettare di essere dei malati terminali per capire come vivere bene?

La filosofia potrebbe aiutarci a prendere atto di questa ineluttabilità perché il riconoscimento della precarietà della nostra esistenza, e quindi della morte, dovrebbe costituire un motivo per vivere meglio la vita, accettando tutto ciò che da essa deriva.

Ecco perché per Montaigne “la morte è il più filosofico degli argomenti […] impariamo a vivere solo quando impariamo a morire”.

Quindi non dobbiamo aspettare di ammalarci, né di assistere alla morte di un nostro caro per imparare a morire.

In questo modo potremo iniziare ad apprezzare ogni attimo che abbiamo a disposizione per imparare ad: amare, gioire, perdonare, ringraziare, avere fiducia, consolare, donare, aiutare e chiedere aiuto.

Insomma dovremmo riuscire a vedere e godere tutti i doni che la vita ci regala e che noi, condizionati dalla cultura del consumismo e individualismo, non vediamo.

Come superare la paura della morte e della malattia?

Possiamo con coraggio accogliere e mettere in pratica l’esortazione di Gandhi: “vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre”.

I laboratori di pratiche filosofiche ci possono aiutare perché, parlando liberamente di queste tematiche comuni a tutti, si affrontano i problemi legati all’esistenza: paure, fragilità, solitudine, ansia, disagio, impotenza, inquietudine.

Purtroppo, la cultura dell’edonismo ci ha obbligato a desiderare e ricercare solo il piacere e la realizzazione personale date dall’avere e dal fare,  occultando deliberatamente la sofferenza e impedendoci di vivere pienamente il meraviglioso mistero della vita con tutti i doni che essa ci offre.

 

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