Come reagire al sentimento di impotenza: invito alla speranza.  

Come reagire al sentimento di impotenza: invito alla speranza.   

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle.” Sant’Agostino

Vogliamo rimanere solo spettatori?

La tendenza culturale dominante nella società è quella di sottolineare le negatività, quello che non va e soprattutto di pensare che non possiamo fare e cambiare  nulla   L’essere spettatori, solo consumatori, porta ad un atteggiamento tipico dello schiavo o del servo della gleba che non spera niente e subisce quello che sembra un destino ineluttabile.

Questo atteggiamento si è rafforzato poiché l’economia neoliberista ha diffuso l’idea che oltre il capitalismo non c’è un altro orizzonte possibile visto che tutti i tentativi di rivoluzioni e le diverse utopie socialiste e comuniste avrebbero prodotto solo danni e crimini. Il principio depressivo attuale è quello di ripiegarsi su sé stessi, di pensare anzitutto a sé e non al bene comune e alla comunità nella quale viviamo. L’ideologia che sostiene questa antropologia culturale del capitalismo seduttivo, neo-liberale e finanziario è quella della competitività e del successo individuale.

Sono convinta che ogni essere umano riempia con la ricerca di oggetti o divertimenti vari  l’insoddisfazione insita in ciascuno, dovuta ad un vuoto interiore che nessun oggetto o divertimento potrà mai colmare.

Questo perché l’essenza dell’Uomo è relazione. Occorre dunque riprendere il cammino educativo della propria realizzazione, non più nella ricerca di oggetti o divertimenti (consumismo), ma nelle relazioni umane.

Quale tipo di relazioni?

Non mi riferisco a quelle superficiali, ma a quelle fatte di dialogo tra liberi e eguali, quelle fatte guardandosi negli occhi, quelle fatte di ascolto, ma anche di silenzio, insomma quelle autenticamente sincere, senza pregiudizi e giudizi. Un nuovo modo di stare insieme che permette il riconoscimento delle differenze e il rispetto della dignità di ciascuno.

In fondo non era quello che insegnava anche il filosofo greco stoico Epitteto? Ci sono cose che non dipendono da me e sulle quali non posso agire (i fenomeni naturali, le malattie, la morte, le credenze degli altri) ma ci sono cose che dipendono da me, dal mio agire e il mio modo di essere con l’altro e me stesso come le relazioni affettive, sociali, le decisioni di fronte alle piccole questioni della vita.

Insomma impariamo ad agire con speranza su quello che dipende veramente da noi: questa è l’utopia concreta per una comunità umana che rispetta  la dignità di ciascuno.

 

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