“Homo faber ipsius fortunae”: è ancora attuale il motto rinascimentale?

“Homo faber ipsius fortunae”: è ancora attuale il  motto rinascimentale?

L’uomo è veramente artefice della propria sorte?

come sosteneva l’antropologia rinascimentale e come sostengono oggi diversi “guru” del pensiero positivo o delle religioni dell’abbondanza e del benessere?

Sicuramente non basta desiderare d’essere qualcuno per diventarlo (v. legge dell’attrazione), tanto più che la condizione dell’uomo, come scriveva il filosofo Pascal, è tale che: “egli vuole essere grande e si vede meschino; vuole essere felice e si vede miserabile; vuole essere perfetto e si vede pieno d’imperfezioni”.

È evidente che il nostro destino non dipende completamente da noi stessi perché alla sua attuazione concorrono infinite variabili esterne imprevedibili e una serie di circostanze storico-esistenziali che influenzano e limitano le diverse possibilità di realizzazione.

Proprio nella scoperta e consapevolezza di tali possibilità (libertà) si era basata la fiducia dell’uomo rinascimentale di poter costruire sé stesso e il suo destino. Egli riconosceva la sua superiorità su tutto il creato e, a ragione, poteva sperare di migliorare le sue condizioni, continuando, grazie alla sua intelligenza, l’opera creatrice divina.

Oggi possiamo ancora condividere il motto rinascimentale?

Come possono affermare che l’uomo è artefice della propria sorte tutti i poveri di questo mondo, tutti i malati gravi, tutti i migranti che per qualsiasi motivo sono costretti ad abbandonare i loro territori, tutte le vittime di qualsiasi guerra, incidente, insomma di qualsiasi violenza o evento imprevedibile?

Spesso le circostanze esterne, soprattutto se causate da altri uomini, sono veramente terribili e limitano alquanto la realizzazione del proprio destino che si riduce all’unica possibilità della sopravvivenza. (Gli stoici, in questi casi, consigliavano il suicidio).

Ma il modo di dire sì alla vita in tutta la sua problematicità e drammaticità fa la differenza rispetto alle circostanze nelle quali siamo “costretti”. Ciò significa che anziché “subire” gli eventi passivamente, se proprio non possiamo fare nulla per evitarli o combatterli, allora possiamo decidere di trovare o dare un senso a ciò che, nostro malgrado, ci accade.

“In verità non importa affatto cosa possiamo attenderci noi dalla vita, ma importa solo ciò che la vita attende da noi!”, scriveva Frankl Victor, filosofo austriaco, quando era prigioniero in uno dei campi di concentramento nazisti, nel saggio “Alla ricerca di un significato della vita”.

Possiamo decidere, quindi, di vivere da vittime di un destino avverso o possiamo scegliere come reagire agli eventi dolorosi di qualsiasi natura e impegnarci a realizzare noi stessi insieme agli altri riscoprendo accanto alla “limitatezza” l’eccellenza dell’umanità e di tutto l’Universo.

Partecipare al laboratorio “Filosofia come arte di vivere” può aiutarti a realizzare te stesso.

 

 

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