Algofobia o iperalgesia: qual è il tuo disturbo?

Algofobia o iperalgesia: qual è il tuo disturbo?

Parte terza

Riprendo il racconto della mia malattia/odissea, che ha permesso una maggiore conoscenza di me stessa e del mio rapporto con il dolore.

Infatti, la maggiore consapevolezza di tale rapporto l’ho avuta in seguito alla caduta dalla scala in piena pandemia Covid. La caduta fisica, per la prima volta traumatica, con ingessatura piede sx, ha messo in evidenza la mia fragilità totalmente rimossa e il mio bisogno di cure, mai voluto riconoscere.

Durante la convalescenza, entrando nella cosiddetta “stanza della meditazione”, ho dovuto prendere atto che le tante cadute, nel corso della mia lunga vita, potevano essere interpretate come segnali del mio inconscio per indicarmi che dovevo prendermi cura di me stessa?

Non è stato per niente facile pensare che la mia presunta forza del carattere, fosse stata costruita “sull’odio” /rimozione della malattia, dell’ignoranza, della debolezza, della povertà, della vecchiaia che sono le cose che più temo.

Sfido però a trovare persone che non temano questi “malanni”!

L’insegnamento maggiore mi è stato fornito da quest’ultima esperienza perché mi ha fatto comprendere che l’algofobia  non ha nulla a che fare con l’iperalgesia.

Ho compreso quando il dolore “atroce e crudele” mi aveva tolto ogni capacità di prendermi cura di me stessa. Ho capito perché tante persone affidano la loro vita nelle mani dei medici e dei farmaci che poi prenderanno per tutta la loro vita.

Dopo l’esegesi del mio dolore antico e recente mi sento di affermare:

taccia chi non ha fatto esperienza del dolore fisico e dell’anima.

Un conto è l’algofobia di cui parla Han; un’altra cosa, molto più paralizzante è l’iperalgesia.

Ho acquisito la consapevolezza che non sarei riuscita a guarire nonostante la terapia del dolore che lo riduceva solo un poco, lasciando inalterati altri sintomi e disturbi.

Ho capito anche che i farmaci che prendevo mi causavano altri disturbi, tra i quali una sorta di ottundimento della mente. Quindi, con lucida consapevolezza ho cominciato a lasciare i farmaci oppiacei che mi erano stati prescritti.

A questo punto mi sono ricordata che avevo letto dei libri che avevo ritenuto abbastanza interessanti per la teoria sostenuta, per la visione filosofica della malattia e per il metodo proposto.

Ho riletto dunque “Dipende dalla schiena” e “Ascolta e guarisci il tuo corpodella dott.ssa Laura Bertelè.

Ho telefonato al centro dove riceve e ho preso un appuntamento con lei.

(continua…)

Narrare la propria esperienza, soprattuto quando si soffre è una sorta di terapia, forse più efficace dei farmaci.
Penso che oggettivare il proprio dolore, anche con la scrittura, anzichè rifiutarlo, può essere efficace.
Qualcuno ha provato a farlo? Può darmene testimonianza? Grazie

cammino spirituale 2

 

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